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Come lasciar andare un vecchio ricordo che fa ancora male

Possono essere passati vent’anni, puoi aver cambiato tre case, due lavori e almeno un numero di telefono, eppure un vecchio episodio sa benissimo come trovarti. Qualcuno alza la voce in fila al supermercato e la tua reazione è molto più forte di quanto meritino cinque minuti di attesa. Qualcuno dice «Tu non combinerai mai niente», in teoria per scherzo, e all’improvviso hai di nuovo nove anni, in quella cucina, con quella voce sopra la testa. Oppure la persona accanto a te non risponde per qualche ora, e la ragione sa che probabilmente sta solo lavorando, mentre una parte di te molto più antica ha già deciso che verrai di nuovo lasciato/a.

Quello che succede adesso può essere piccolissimo. Solo che ha toccato qualcosa di vecchio.

Con ricordi così, di solito si fa quel che si può. Li si mette via lontano e non li si apre, e funziona benissimo fino al giorno in cui decidono di aprirsi da soli. Oppure li si racconta ancora e ancora — a un’amica, al partner, a se stessi sotto la doccia e, con particolare successo, alle tre di notte, quando a quanto pare il cervello ha tempo libero per gli archivi. Forse hai capito da tempo perché l’altra persona si è comportata così. Forse hai perfino perdonato. Solo che la comprensione e la reazione non sempre viaggiano alla stessa velocità.

Esiste anche un altro approccio: lavorare con l’immagine del ricordo, senza cercare di convincerti che quello che è successo sia stato diverso. Torni alla scena concreta e ti chiedi che cosa mancava.

Questa domanda cambia molto.

Da dove nasce l’idea

In psicoterapia esiste un approccio noto come imagery rescripting, la riscrittura attraverso l’immaginazione. Invece di limitarsi a raccontare di nuovo l’episodio doloroso, la persona lavora con la sua immagine e, nell’immaginazione, introduce qualcosa che allora è mancato: protezione, aiuto, una reazione diversa, la possibilità di allontanarsi dalla situazione o il proprio io adulto di oggi. Tecniche di questo tipo si usano nella schema therapy e sono state studiate per diverse difficoltà psicologiche.

Immagina, per esempio, una persona che ricorda ancora come un insegnante l’abbia umiliata davanti a tutta la classe. Oggi sa benissimo che un brutto voto a dodici anni non dice nulla della sua intelligenza. Eppure, in una riunione di lavoro, qualcuno dice «Non è molto intelligente» e lei sente di nuovo lo stesso bruciore in faccia. Quando si lavora con la scena, la domanda non è più soltanto perché l’insegnante si sia comportato così. La domanda è: che cosa sarebbe dovuto succedere allora? Che qualcuno difendesse quel bambino? Che l’insegnante venisse fermato? Che il bambino avesse il diritto di alzarsi e uscire? È proprio da questa risposta che nasce la nuova immagine.

L’altro filo di «La Scena» viene dall’EFT: il picchiettare su determinati punti mentre l’attenzione resta su una situazione concreta. In FatedWays le due cose vengono una dopo l’altra: prima fai un giro di picchiettamento sui punti perché la reazione al ricordo si abbassi, poi crei la nuova scena dalle tue stesse risposte.

Non ripariamo il 1997. Purtroppo questa funzione non esiste ancora. Lavoriamo con il modo in cui qualcosa successo nel 1997 è presente nella tua vita nel 2026.

Perché proprio «La Scena»

Perché un ricordo molto spesso arriva come un singolo fotogramma, molto prima che come una biografia di 400 pagine.

Il tavolo della cucina. Il corridoio della scuola. La porta che qualcuno si chiude alle spalle. Il telefono in mano. La stanza d’ospedale. Il ristorante in cui hai sentito una frase e dopo non ricordi quasi più che cosa hai mangiato.

Per questo «I miei genitori non mi capivano» è una storia troppo grande. «Avevo undici anni, ho mostrato il mio disegno a mia madre e lei ha detto che stavo perdendo tempo» è già una scena.

«Il mio ex mi ha ferita» è anche questa un’intera biblioteca. «Eravamo in macchina sotto casa e lui mi ha detto che c’era un’altra persona» è una scena.

«Al lavoro non mi apprezzavano» è un periodo della vita. «Alla riunione hanno presentato la mia idea come se fosse di un altro, e io sono stato/a zitto/a» è una scena.

Non deve per forza essere il giorno peggiore della tua vita. A volte sono proprio i piccoli momenti a essersi conservati sorprendentemente bene. Una frase di un insegnante, una risata dei compagni, uno sguardo di un genitore. Dieci secondi che il cervello, a quanto pare, ha deciso di archiviare con un abbonamento a vita.

Da quale scena cominciare

Per il primo tentativo scegli qualcosa che ti tocca ancora, ma che riesci a ricordare restando nel presente. Se già il pensiero di un’esperienza provoca una reazione molto forte, non è la scena giusta per un esperimento da solo/a.

Puoi cominciare da quel compleanno a cui non è venuto nessuno. Dalla frase di un insegnante che ricordi ancora parola per parola. Dal colloquio in cui ti hanno riso in faccia. Dall’amicizia finita con un solo messaggio. Dalla sera in cui hai aspettato che il telefono squillasse e non ha squillato. Dal momento in cui volevi che qualcuno si mettesse al tuo fianco e tutti sono rimasti zitti.

Una scena. Un momento. Non tutta la vita in una volta. Sarà ancora lì anche domani.

Come si comincia

Racconti con parole tue che cosa ricordi. Dove sei, quanti anni hai, chi c’è con te e che cosa succede. Se ricordi le tende verdi, scrivi le tende verdi. Se ricordi solo la voce, basta la voce. Se l’unica cosa chiara è la frase «Tutti rideranno di te», scrivi proprio quella.

Poi immagini la stessa scena e valuti da 0 a 10 quanto è forte la tua reazione a quella scena adesso. È una distinzione importante. Non valuti quanto sia stato pesante l’evento. Se allora eri terrorizzato/a, ma oggi riesci a raccontarlo senza una grande reazione, il numero può essere due. Se l’episodio sulla carta sembra una sciocchezza, ma oggi solo a ricordarlo ti si stringe lo stomaco, il numero può essere otto.

Dopo fai un giro sui punti. Le frasi nascono dal tuo racconto, quindi non parlerai di un astratto «rilascio della negatività» se la tua frase vera è «Se n’è andato, e io sono rimasto/a sotto casa senza riuscire a crederci». È proprio il concreto che conta.

Dopo il giro guardi di nuovo lo stesso ricordo e dai un secondo numero. La reazione può essere più debole. Può essere la stessa. Puoi accorgerti di essere meno triste e più arrabbiato/a. Anche questa è un’informazione. Non combatti con il numero e non gli spieghi quanto sarebbe comodo se fosse già a due.

Poi arrivano le tre domande

La prima è la più importante: di che cosa avevi bisogno in quel momento e non hai ricevuto?

Può essere «che qualcuno mi proteggesse». Può essere «che mi credessero». «Che mi chiedessero come stavo.» «Che mi dicessero che potevo andarmene.» «Che qualcuno si sedesse accanto a me.» «Sentire che un errore non vuol dire che sono stupido/a.»

La seconda domanda è: chi o che cosa vuoi che compaia nella scena? Può essere tua nonna, che è sempre stata dalla tua parte. Un insegnante che è stato buono con te. Il tuo io di oggi. Il cane della tua infanzia, che non pronuncerà nemmeno una frase saggia, ma si sdraierà ai tuoi piedi, e sarà esattamente abbastanza. Può essere una persona che in realtà non ha mai fatto parte della tua vita. Conta chi vuoi tu lì, chiunque sia chi «dovrebbe» entrare.

La terza è: che cosa cambia quando questa persona compare? Forse gli altri tacciono. Forse qualcuno apre la porta. Forse il bambino finalmente dice «No». Forse semplicemente si alza da tavola e se ne va. Forse intorno a lui non cambia nulla, ma non è più solo.

Non ti servono risposte belle. Tre parole possono bastare del tutto. «Arriva la nonna.» «Mi abbraccia.» «Ce ne andiamo.» In quel momento il premio letterario può aspettare.

Come nasce la nuova scena

Prendiamo un esempio del tutto normale. Hai nove anni e sei a una cena di famiglia. Sbagli un conto, tuo padre dice davanti a tutti: «Tu non imparerai mai, eh», le persone intorno al tavolo ridono, e tu guardi il piatto aspettando che il momento finisca.

Oggi valuti la tua reazione a questo ricordo con un 7. Dopo il picchiettamento è a 5. Alla domanda su che cosa ti serviva, rispondi: «Che qualcuno mi proteggesse.» Vuoi che tua nonna entri nella scena. E quando interviene, vuoi che le risate si fermino e che il bambino possa alzare la testa.

Il nuovo racconto può essere così:

Hai di nuovo nove anni e sei seduto/a a tavola. Senti la stessa frase, e la prima risata sta già partendo intorno a te. Abbassi lo sguardo sul piatto, come hai fatto allora. Ma questa volta la nonna posa la forchetta e dice: «Basta. Un conto sbagliato non rende stupido nessuno.» Il tavolo si zittisce. Ti mette una mano sulla spalla e resta accanto a te. Alzi la testa. In questa scena non sei solo/a.

Oppure la scena viene da molto più tardi. Hai trentacinque anni, la persona che ami dice che la relazione è finita, ed esce. La tua risposta alla prima domanda è: «Che qualcuno restasse con me.» Nella scena scegli di far entrare il tuo io di oggi. Si siede accanto al te più giovane e dice: «So che cosa succede dopo. Farà male, ma non finirai con questa sera.» L’altra persona resta com’era, e la porta dietro di lei resta chiusa. Diamo a te quello che hai detto che ti è mancato.

La scena può anche essere piccolissima. Hai quindici anni, esci con la tua camicetta nuova e qualcuno ride. Trent’anni dopo ancora non ti piace indossare qualcosa che attiri l’attenzione. Nella nuova scena può non entrare nessun salvatore sul cavallo bianco. Può darsi che il tuo io di oggi guardi semplicemente la ragazza di quindici anni e le dica: «La camicetta è stupenda. Usciamo.» A volte mancava solo questo.

Proprio per questo il nuovo racconto non si scrive in anticipo e non ha lo stesso finale per tutti. Nasce dalla tua scena, dalla persona che hai scelto tu e dalle parole che hai voluto sentire tu.

Che cosa fai dopo

Leggi la nuova scena lentamente. Se ti viene naturale, leggila ad alta voce. Poi lasciala stare. Non aprirne subito altre cinque perché hai trovato un nuovo strumento e ora intendi ristrutturare tutto il tuo passato entro cena.

Il racconto viene salvato e puoi tornarci. Dopo qualche giorno o una settimana puoi immaginare di nuovo la scena originale e controllare la tua reazione da 0 a 10. Lo zero è possibile, ma non è l’obiettivo. È più interessante vedere se qualcosa è cambiato: se senti la stessa cosa, se compare un’altra emozione, se qualche dettaglio non è più così tagliente, se pensi a quanto è successo in modo diverso.

Se non è cambiato niente, anche questa è un’informazione. Forse c’è un’altra parte della storia più importante. Per esempio, cominci dal ricordo di qualcuno che se n’è andato e a poco a poco capisci che il momento più doloroso in realtà è stato un’ora prima, quando hai scoperto che ti aveva mentito. Questa è già un’altra scena, e ci si lavora a parte.

Fin dove arriva «La Scena»

Questa stanza non è psicoterapia e non sostituisce uno specialista. Soprattutto in caso di violenza, lutto grave, esperienze traumatiche, reazioni di panico ricorrenti o un ricordo che ti travolge appena lo sfiori, io non comincerei da quello da sola. Ci sono storie in cui la presenza accanto a te di una persona qualificata fa parte della cura stessa.

Ma se porti con te quel vecchio fotogramma che continua semplicemente a comparire nei momenti meno adatti, puoi cominciare da una domanda:

«Di che cosa avevo bisogno in quella scena e non ho ricevuto?»

Molto spesso è proprio la risposta a questa domanda la parte più interessante della storia.

Una scena costa 3,33 €. Con il piano Veggente ne hai una al mese, con il piano Iniziato due.

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